Come quando fuori piove – I primi capitoli in anteprima

Ecco in anteprima i primi capitoli del romanzo d’esordio di Beatrice P.

Prologo

Appena sento la porta del ristorante aprirsi alle mie spalle, mi domando che razza di problema abbia la gente con i cartelli molto grandi con sopra scritto CHIUSO.

«Stiamo chiudendo» ribadisco ad alta voce, stanca, senza nemmeno voltarmi e continuando a pulire con una pezza il tavolino che ho di fronte.

«Lali…» 

Una voce maschile mi investe e il cuore cambia improvvisamente il suo ritmo, mentre la mano che regge lo straccio trema impercettibilmente. L’aria intorno a me diventa pesante tutto d’un tratto e io smetto di ascoltare il ticchettio della pioggia che batte sulle finestre perché tutto ciò che sento, adesso, è il mio respiro che accelera e il suo profumo – quel profumo – che invade prepotentemente il mio spazio vitale. 

Continuo a pulire il tavolino come se togliere la macchia ostinata che mi trovo davanti sia una questione di vita o di morte, le spalle ricurve e nessuna intenzione di voltarmi. 

Percepisco il suo respiro affannato, quasi come se avesse appena compiuto uno scatto di corsa; lascio trascorrere troppo tempo senza reagire, mentre la macchia non se ne va e io sto ancora decidendo se iniziare a urlare o a vomitare. E, proprio quando opto per fare entrambe le cose in contemporanea, eccola di nuovo, quella voce bassa, sofferente, a malapena percettibile. 

«Non sono nemmeno più degno di uno sguardo?»

Tiro un sospiro profondo, gli occhi chiusi, e decido di prendere finalmente in mano la situazione, proprio come compete a una donna con la D maiuscola che non ha nulla da temere, men che meno uno stupido borghesotto qualunque che millanta grandi doti culturali e che poi ha difficoltà nella comprensione di una parola così semplice come CHIUSO. Perché, se ancora non fosse chiaro, siamo chiusi, cazzo, siamo chiusi. E sto per urlarglielo addosso mentre getto con impeto lo straccio su quella macchiolina che non viene via perché è semplicemente un difetto del legno, e cerco di accartocciare in un angolo del mio cervello tutti gli stimoli che il mio elevato senso olfattivo sta cercando di inviarmi, a intervalli regolari, da quando lui ha messo piede nel ristorante, tentando di farmi ricordare gli infiniti momenti del mio passato che a quel profumo sono indelebilmente collegati… Come se non bastasse la sua voce, peraltro. 

Sto davvero per dirglielo, che siamo chiusi e che questo vale anche e soprattutto per lui. Che non è più come una volta, quando aspettava che finissi il mio turno di lavoro con un libro di Diritto privato sul tavolo e un caffè d’orzo macchiato in tazza grande tra le mani. Vicino alla finestra. Con un sorriso caldo sul volto ogni volta che gli passavo velocemente di fianco, per caso. E mai per caso.

Sto per dirglielo che lui, qui dentro, non ci deve più entrare. Che su quel tavolino vicino alla finestra ora si siede una robusta signora che i sorrisi caldi non me li fa, ma che comunque non riuscirebbe mai, mai, mai, mai a prendere a calci la mia intera esistenza come è riuscito a fare lui. 

Mi volto lentamente. Ma quando i miei occhi incontrano i suoi, talmente disperati da sembrare quasi malati, non riesco a dirgli proprio niente. 

Fa un passo verso di me, lo sguardo implorante. È bagnato da capo a piedi. 

«Senti, Lali, io…»

Senti tu, grandissima faccia di merda, vorrei urlare a quegli occhi spezzati, lascia che ti renda chiara la situazione. Io sono una donna adulta, intelligente ed emancipata, frutto di anni e anni di lotte femministe, che nel tempo libero legge Dacia Maraini, che è cresciuta con Xena-Principessa guerriera, e che di sicuro non ha tempo per star qui a sentirsi ancora mortificata da…

«… mi manchi. Non ce la faccio più senza di te» mi dice con un filo di voce, e il fuoco rabbioso che mi sento divampare nella gola comincia a raffreddarsi. 

Mi limito a fissarlo senza muovermi di un millimetro, le spalle ancora basse e la faccia vuota. Lui non riesce più a guardarmi negli occhi e non si azzarda ad aggiungere altro.

Fai quello che farebbe Xena, mi ripeto come un mantra, mentre seguo il suo petto che, sotto la giacca, si alza e si abbassa a una velocità sostenuta. 

Mi schiarisco la voce un paio di volte. Poi, finalmente, dalla gola esce un suono che sembra vagamente umano: «Io sto lavorando.»

«Sono passati sei mesi. Sei mesi. Mi avevi detto che avresti avuto bisogno di tempo, e io questo lo capisco, ma sei mesi…»

Freno faticosamente il desiderio di scappare di corsa senza replicare, limitandomi ad alzare il dito medio nella sua direzione: questo non sarebbe affatto maturo e io sono una persona incommensurabilmente pacata e matura. L’ondata di rabbia torna, veloce come è passata. 

«Vattene» sibilo tra i denti. «Questo ristorante è pieno di sedie e non vorrei mai che finisse come l’ultima volta.»

Mi volto di scatto e appoggio entrambe le mani al tavolino di cui mi stavo occupando prima di quella inaspettata interruzione.

Lo sento sospirare afflitto. 

«Sì, nemmeno io lo vorrei» dice in un sussurro alle mie spalle.

Dopo qualche secondo, la porta del ristorante si apre e si richiude, facendomi piombare di nuovo nel silenzio sospeso di fine servizio. 

Percepisco di nuovo la pioggia che batte forte sulle finestre. Estraggo il cellulare dalla tasca e digito veloce un messaggio.

LALI, 21:35 

È stato al ristorante. Ha detto che gli manco.  Stasera ho bisogno di voi, usciamo.

Premo invio, comincio a piangere.

Capitolo 1

Non ricordarsi mai Picenum

«E quindi, che vuoi fare?» 

Faccio spallucce e bevo con fintissima nonchalance un altro sorso del mio drink: odio il fatto che i miei drammi sentimentali siano diventati l’unica fonte di conversazione con le mie migliori amiche. Voglio dire… lo scioglimento dei ghiacciai, Salvini, Kate Middleton in formissima dopo il parto: tutti validi argomenti di cui ritengo imprescindibile discutere tra un gin tonic e l’altro. 

«Cosa vuoi che faccia?» sento che Cassandra domanda sarcasticamente, mentre io, con la cannuccia, raschio rumorosamente il fondo del bicchiere. «Lo deve mollare e basta, una volta per tutte.»

«Come fai a essere così dura, Cas? Sono quattro anni…» replica Nina, stupita da quella presa di posizione così netta.

«Appunto. Sono quattro cazzo di anni.» Cassandra inizia a innervosirsi. «Se dopo quattro anni ti scopi un’altra…»

Appoggio con più forza del dovuto il bicchiere, ormai vuoto, sul bancone del bar, impedendo a Cassandra di argomentare oltre. 

Cas e Nina si voltano a guardarmi preoccupate, rendendosi conto della mia irritazione crescente, mentre io comincio ad agitare vigorosamente la mano facendo un cenno al barista. Non appena vedo che mi ha notata e che si sta avvicinando, mi rivolgo alle mie amiche con tono perentorio: «Non sono uscita per parlare di queste cazzate. Sono uscita per bere. E ora, noi tre, beviamo.» 

Poi mi dedico interamente al barista, che nel frattempo si è piazzato di fronte a me dall’altra parte del bancone, e, cercando di sovrastare la musica assordante per farmi sentire, ordino altri quattro gin tonic. 

Lui corruga le sopracciglia e mi mima un tre con le dita, indicando me e le mie amiche. 

Scuoto la testa e ripeto, sporgendomi di più verso di lui perché capisca meglio: «Io ne bevo due!»

L’occhiata perplessa che getta alle mie spalle subito dopo la mia ordinazione mi fa intendere che le mie amiche si stanno sbracciando per convincerlo a propinarmi qualcosa di annacquato o, peggio, di analcolico. Mi volto di scatto e, come previsto, le becco entrambe con le braccia in aria e gli occhi sbarrati. Colte in flagrante, si mettono distrattamente a guardarsi intorno con le mani ancora sopra la testa, fingendo di ballare la musica che martella nelle casse poco distanti da noi. 

«E fatevi un po’ di cazzi vostri, voi due!» le riprendo, sbuffando. 

Nina abbassa le mani e mi pianta addosso due occhi accorati da dietro la frangetta chiara. «Ultimamente bevi un casino, Lali…»

«Anche nei giorni infrasettimanali» sottolinea Cas lanciando uno sguardo complice a Nina, quasi si fossero già accordate in precedenza su come farmi un bel discorsetto pieno zeppo di Siamo preoccupate per te

Alzo gli occhi al cielo e mi volto in fretta a studiare i gesti veloci del barman, visto che non ho alcuna intenzione di cadere nella loro trappola. 

«Domani hai anche lezione!» rincara Cas, facendomi venire quasi da ridere. 

«Il bello del mio corso di Lettere moderne è che non frega a nessuno se ci sei o meno. La qual cosa, in effetti, è controbilanciata dal fatto che a ogni angolo rischi di scivolare su fricchettoni bohémien che si sentono dei poeti maledetti solo perché reggono Kafka da un lato e una canna dall’altro.»

«Guarda che io ti invidio» replica Nina mentre, con il solito scrupolo, si mette a posto la frangetta già in ordine. «Da me ci sono solo montati che passano tutta la vita a studiare Anatomia ma che non vedranno mai una vagina dal vivo…». 

Cerco di non ridere alla battuta perché sono ancora un po’ offesa dal suo tentativo poco velato di farmi riflettere sulla mia recente deriva alcolica, mentre tra me e me stabilisco che ai medici preferisco decisamente i fricchettoni con un debole per gli spinelli (nonostante spesso sia faticoso avere a che fare con gente che si sente realizzata solo a dibattere dei problemi degli operai sotto il regime zarista della Russia prestaliniana). 

Ho sempre amato la letteratura e iscrivermi a questo corso universitario è stato per me quasi un automatismo, ma al contrario di tutti i miei compagni non sono mai stata una grande fan delle lotte ideologiche. L’unica volta che, al liceo, ho aderito a una protesta è stato perché il tizio che mi piaceva era rappresentante di istituto e mi aveva convinta, come c’era scritto su tutte le lenzuola penzolanti dalle finestre del liceo, a Okkupare insieme a lui. 

Avevamo okkupato la scuola per due giorni interi. Non ho idea, né ora né tanto meno ce l’avevo all’epoca, del motivo per cui fossimo tanto indignati, ma era stato stupendo: ci sentivamo un po’ come i protagonisti di The dreamers, avevamo i megafoni, le ciabatte ai piedi, urlavamo in coro frasi banalissime in rima, fumavamo tanto, limonavamo con i rappresentanti d’istituto.

O, quantomeno, io ci limonavo. 

Mi secco in un sorso ciò che resta del mio gin tonic.

«Ma chi cazzo l’ha mai votato, poi…» domando ad alta voce a nessuno in particolare. 

«Cosa?» mi chiede Nina spaesata, senza capire il filo dei miei pensieri. 

Alzo la voce per farmi sentire sopra la musica. «Mi stavo chiedendo: chi cazzo l’ha mai votato, Tazio, come rappresentate di istituto? Io no di certo. Parliamoci chiaro: quando mai, nella vita vera, uno con un nome del genere vince le elezioni di qualcosa?»

Cas e Nina cambiano espressione e assumono la tipica faccia da Poverina, è così patetica che tante volte ho visto loro rivolgermi in questi ultimi mesi. Stanno pensando che sono matta a rivangare questioni liceali accadute quasi un lustro fa, ma mi lasciano fare solo perché ho il cuore a pezzi. 

E io me ne approfitto ancora un po’. «Intendo: hai un nome che fa schifo, non puoi avere una vita felice. No?»

Cas tenta rapidamente di cambiare discorso. «Stai davvero tirando fuori l’argomento con la tua migliore amica di nome Cassandra? Una brutta stronza che nella mitologia greca non fa altro che predire morti e sventure a chiunque le capiti a tiro, senza mai essere ascoltata?» 

Scoppio a ridere di una risata che si confonde con la musica, ma quando finisco mi rendo conto che Tazio è ancora lì, piantato nella mia testa, con lo stesso sorriso di quando l’ho conosciuto a diciassette anni, la pelle abbronzata, gli occhi caldi. 

Il barista, nel frattempo, ha appoggiato i gin tonic alle mie spalle; ne afferro due in uno slancio felino, prima che Nina e Cas possano obiettare di nuovo. Li tracanno in pochi sorsi, anche se è un giorno infrasettimanale e domani ho lezione. 

Cas mi guarda con un cipiglio corrucciato e io intravedo la profezia di sciagura nei suoi occhi. 

Sono quasi le tre di notte, e proprio mentre guardo l’ora sul cellulare mi rendo conto che Tazio mi ha scritto un messaggio.

TAZIO, 02:47

Mi manchi davvero.

In un ennesimo impeto di rabbia, tengo premuto il tasto rosso e spengo definitivamente il cellulare. Sono abbastanza ubriaca da rischiare di rispondergli con frasi troppo offensive (o troppo sdolcinate, cazzo!), quindi decido che questa è la soluzione migliore. Tocco appena Cas sulla spalla; Nina è già andata via perché lei, al contrario di me, domani a lezione deve andarci sul serio.

«Cas, sono distrutta» le dico sopra la musica, mentre indico l’uscita.

Annuisce, poi dice qualcosa di veloce all’orecchio di Luca, magicamente comparso nel locale in chissà quale momento della serata; Cas lo prende per mano e mi segue, mentre mi faccio strada tra gli ultimi sopravvissuti della discoteca, pochi individui che sgambettano a un ritmo tutto loro e coppiette neoformate che stanno consumano quelli che hanno tutta l’aria di essere dei preliminari al centro della pista da ballo. 

Non sono mai andata forte coi rimorchi in discoteca, non sono un tipo molto appariscente e in posti come questi non si riesce a fare delle conversazioni particolarmente profonde. Non che abbia mai avuto la possibilità di avere un legame di una sera con qualcuno, comunque: ho cominciato ad andare in discoteca parecchio tempo dopo aver conosciuto Tazio e non sarei mai stata neanche lontanamente interessata a tradirlo con qualcuno di passeggero. 

A questo pensiero inizio a boccheggiare… di nuovo

L’aria fuori è fredda e mi entra nei polmoni facendo ricominciare a funzionare correttamente il mio apparato respiratorio. Mi rendo conto che sta ancora piovendo.

«Che freddo…» mormoro scrutando il cielo, sfregandomi le mani sulle braccia nude e appiattendomi come posso contro il muro dell’edificio, al riparo dalla pioggia. «Chiamo subito mio fratello. Vuoi un passaggio a casa?» domando a Cassandra. 

Lei mi guarda con gli occhi spalancati. «Tuo…» biascica. «No, no, grazie mille. Mi porta Luca. Tanto va nella mia direzione, vero?» Si rivolge al ragazzo di cui tiene ancora la mano con un sorriso smagliante. 

Lui ricambia il sorriso, un po’ impacciato. «Più o meno…» Estrae le chiavi e fa scattare l’apertura di una Panda parcheggiata proprio dall’altro lato della strada. 

Luca non abita affatto nella sua direzione, ma agli occhi grandi di Cas non si può proprio dire di no. 

La differenza tra noi, comuni mortali, e lei, di una perfezione eterea e irreale, è sempre stata piuttosto evidente fin da quando ha deciso di dare un taglio definitivo alla sua immagine di bambina spaurita, presentandosi a casa mia con i capelli cortissimi e un ciuffo irriverente sul davanti; scelta che, ricordo bene, aveva piuttosto scandalizzato la sua sofisticata madre cittadina, abituata a una figlia con gli stessi lunghissimi capelli lisci e ordinati sin dall’infanzia.

Il contrasto tra i suoi lineamenti fini, gli occhi neri da cerbiatta e quel taglio maschile è ciò che di più ha sempre affascinato chi le stava intorno. I suoi colori – tipicamente mediterranei, con la pelle olivastra, abbronzatissima d’estate, e i capelli nero corvino – e il suo fisico – magro e slanciato con pochissime curve – la fanno sembrare una di quelle modelle che pubblicizzano, completamente struccate, creme viso costosissime sulle riviste. La sua bellezza non è mai stata prorompente o appariscente, ma discreta e totalizzante, tanto da stregare chi la capiva; e quelli che l’hanno amata l’hanno sempre fatto con tale passione da impazzire letteralmente per lei. 

Guardo il povero Luca con un sorriso triste: sembra incarnare il perfetto prototipo di bravo ragazzo che perde la testa per Cassandra a prima vista, forse folgorato dalla delicatezza dei suoi modi in quella libreria in cui lei ha trovato lavoro subito dopo il diploma. 

Cassandra non ha mai fatto fatica a concedersi, e nell’ultimo anno non è stato raro vederla accompagnata da ragazzi sempre diversi, che in comune l’uno con l’altro avevano soltanto la passione sfrenata per quella ragazza introversa dagli occhi magnetici: nessuno di loro, comunque, è mai riuscito a durare per più di un paio di appuntamenti. 

Cas mi dà un bacio veloce sulla guancia. «Un sorriso, Lali?» 

Chiudo gli occhi e faccio un sorriso esagerato, disegnando con le dita una curva che continua oltre gli angoli della bocca. Poi mi appoggio al muro con la schiena per non rischiare di perdere l’equilibrio: i gin tonic mi stanno appannando leggermente la vista e quando riapro gli occhi noto che Cassandra e Luca si stanno già allontanando in fretta sotto la pioggia. 

Arrivati ormai dall’altra parte della strada, Cas si volta nuovamente verso la mia direzione. «Non ci pensare più, okay? Dimenticalo, quel bastardo fedifrago figlio di puttana!» Mi lancia un bacio da lontano e sale veloce sulla macchina, senza attendere risposta. 

Mi ritrovo da sola sotto la tettoia, con la musica della discoteca attenuata in sottofondo, paralizzata da quelle ultime parole, che mi riportano la consueta sensazione di vuoto cosmico nelle budella, proprio come ogni maledetta volta in cui penso a Tazio da sei mesi a questa parte. 

Solo alcuni secondi e, qualche gelidissimo respiro profondo dopo, riesco finalmente a riprendermi.

Estraggo con movimenti impacciati il cellulare dalla tasca dei jeans, ma sullo schermo compare una sola scritta. 

Inserire codice PIN.

Oh porco cazzo.

«Cas!» grido con voce strozzata verso la macchina che è appena sparita dietro l’angolo. «Cassandraaa!» ripeto, facendo qualche passo disperato, ma so che non può sentirmi. 

Rimango a bocca aperta, infreddolita, completamente ubriaca, sotto la pioggia, in mezzo a una strada praticamente deserta, alle tre di notte, col cellulare di cui non ricordo assolutamente il PIN sul palmo aperto della mano.

Sto per fare ciò che una vera ragazza matura come la sottoscritta farebbe in questo caso – raccogliermi in posizione fetale e singhiozzare chiamando la mamma – quando sento una zaffata di fumo provenire dalle mie spalle. 

Mi riprendo istantaneamente e mi volto di scatto, speranzosa.

«Ombroso ragazzo tatuato!» esclamo come se avessi vinto alla lotteria, più a me stessa che a lui, indicandolo. 

Se ho detto una cosa del genere ad alta voce devo essere più ubriaca di quello che pensavo. 

«Strillante ragazza ubriaca» mi risponde lui, atono, senza nemmeno alzare lo sguardo dallo schermo del cellulare. 

Non mi ero nemmeno accorta della sua presenza fino a questo momento. È riparato sotto la tettoia del locale ed è appoggiato al muro, a qualche metro da me, con una sigaretta in una mano e il cellulare che gli illumina fiocamente il viso nell’altra. 

In soli tre passi mi avvicino. «Ciao», gli dico, o meglio, gli grido, con un sorriso smagliante e vagamente ridicolo. «Hai una sigaretta?» Poi ci ripenso. Mi impongo di abbassare il volume della voce di un paio di toni. «No, scusami, non è questo che volevo chiederti. Anzi, in realtà, ora che ci rifletto, se tu avessi anche una sigaretta non sarebbe male.» Lui non alza lo sguardo neanche ora che gli sono arrivata di fronte. «Ma sicuramente sì, sicuramente la precedenza ce l’ha il tuo cellulare. Intendo… mi servirebbe per fare una chiamata. Lungi da me risultare prolissa, ma ho spento il mio per un errore di calcolo e si dà il caso che ora non ricordi il PIN di accesso, che per la cronaca ho saggiamente memorizzato nella rubrica del cellulare stesso…»

«Sì che lo risulti» risponde buttando fuori del fumo dalla bocca, che si dilegua rapidamente nell’aria umida intorno a noi. Continua a guardare lo schermo del suo cellulare, imperterrito, scrivendo un messaggio con la mano libera. «Prolissa, intendo» aggiunge dopo qualche secondo, arricciando leggermente il naso e premendo invio col pollice.

«Ah…» Rimango di stucco, sconcertata da tanta maleducazione. Bastano pochi attimi di smarrimento per farmi raddrizzare le spalle con un impeto di orgoglio, mentre ripenso a Xena e Dacia Maraini. «Okay, be’, sai una cosa, ombroso ragazzo tatuato? Con questa rispostaccia incarni proprio un cliché, una macchietta, un Mr Grey qualunque, tanto da risultare, se posso aggiungere, vagamente anacronistico.» Do forza a ogni parola scuotendo l’indice davanti al suo petto.

Finalmente il tizio decide di alzare gli occhi, piantandomi addosso uno sguardo attento. 

Mi pento quasi subito di aver fatto un riferimento letterario a un libro erotico, preoccupata di passare per una bambinetta pervertita che, nel tempo libero fantastica su milionari con la passione nascosta per il sadomaso, ma sono fermamente convinta che la dicitura a briglia sciolta sia stata coniata da qualcuno che mi ha incrociata sulla strada dopo una sbornia di gin tonic… e in questo momento, se solo mi venisse domandato, confesserei perfino di essere stata io l’artefice di quello sgambetto che in terza elementare è costato una frattura all’anca a suor Fiorenza. 

Grazie al cielo, il tizio tatuato non mi chiede dell’incidente a suor Fiorenza e tralascia la mia citazione da un libro erotico. 

«Tu sei ubriaca e usi il termine anacronistico?» 

Sembra divertito, ma non ride. O sono io che non riesco a capire del tutto la situazione – cosa probabile, non lo nego – oppure questo tizio ha avuto una pessima serata. 

Gonfio il petto, inorgoglita. «Confermo e sottoscrivo. Sei estremamente anacronistico, caro Ooombroso» dico di getto, allungando la O senza un particolare motivo e barcollando un pochino. Faccio un cenno con il capo verso la sua figura. «Appoggiato con un piede al muro, sigarettina piantata in bocca, tutto strafigo nella sua aura da cattivo ragazzo tormentato che si tatua contro un mondo che non lo accetta. Praticamente, saresti l’eroe banale di un libro di Jane Austen se fosse vissuta in questo secolo.»

Già, e io devo decisamente piantarla coi gin tonic.

«Tu sei matta da legare» commenta giustamente, terminato il mio sproloquio e, dopo aver preso un pacchetto di sigarette dalla tasca, me ne porge una. «Immagino tu sia maggiorenne» dice, alzando un sopracciglio e aprendosi finalmente in un sorriso sarcastico. 

Fanculo il sarcasmo, comunque. Il suo sorriso, come direbbe Junior se fossimo in una puntata di Dragon Ball, ha un’aura potentissima: è talmente travolgente da renderlo quasi un’altra persona, ne rimango abbagliata. E solo in quel momento gli concedo un attimo di tregua per studiarlo nella sua interezza: i capelli sono scuri e arruffati, forse dalla pioggia, e ha la barba incolta di qualche giorno. Sembra mio coetaneo, forse qualche anno di più, ma l’atteggiamento è quello di un uomo maturo. Anche se è appoggiato al muro, si vede che è molto alto. Azzarderei un metro e novanta. Porta una giacca marrone scuro piuttosto pesante e sul collo e parte delle mani si intravedono dei tatuaggi complicati che probabilmente continuano anche sul resto del corpo. Gli occhi sono piccoli e scuri, ma guizzano su di me, che lo fisso, in una maniera che mi imbarazza, costringendomi a distogliere immediatamente lo sguardo. 

Accetto volentieri la sigaretta mentre anche lui mi squadra da capo a piedi. 

Mi domando cosa può vedere… una ragazza sfatta e palesemente su di giri, bagnata come un pulcino, con il trucco colato fino alle guance, i capelli rossicci attaccati alla faccia, gli occhi ancora arrossati a causa di quell’ora e mezza al ristorante trascorsa a piangere seduta sulla tazza del water. Se avessi un paio di pitbull al guinzaglio, probabilmente passerei per una tossica che elemosina due euro per il biglietto del treno. 

«Non mi giudicare…» borbotto, rispondendo al suo sguardo indagatore con una smorfia, «di solito sono una gran figa.»

«Ehi, gran figa» replica con un sorriso di scherno, indicandomi. «Ti stai dando fuoco ai capelli.»

Urlo un’imprecazione e comincio a prendermi a pacche la spalla con le mani, mentre l’odore acre dei capelli bruciati mi riempie le narici. «Che serata di merda!» esclamo frustrata, saltellando sotto la pioggia e continuando a sfregarmi i capelli come una matta, anche se il fuocherello che ho appiccato si è spento subito. «Non è giusto! Una povera ragazza che serve ai tavoli per cinque ore filate e che viene pure sgridata dal suo capo perché riesce a rompere – nell’ordine – due bicchieri di vetro, di cui un calice da vino e una coppetta per il gelato all’amaretto…» 

«Oh, questa sì che è roba tosta!»

Faccio finta di non sentire il suo commento e proseguo la mia lamentela, demoralizzata. «… una povera ragazza che voleva solo divertirsi e ubriacarsi con le migliori amiche…»

«Be’, a giudicare da come barcolli direi che questo ti è riuscito bene.»

«… abbandonata a se stessa sotto la pioggia» lo interrompo con sguardo serio, «senza cellulare né modo alcuno per tornare sana e salva a casa…»

«L’uso della terza persona rende tutto molto melodrammatico.»

«… il tutto, ricordiamolo, dopo circa otto ore sui libri a studiare la suddivisione delle regiones romane di Augusto…»

«Non mi è chiaro dove tu voglia andare a parare.»

«Latium et Campania!» urlo, puntando un dito al cielo, noncurante dei suoi commenti in sottofondo. «Apulia et Calabria! Lucania et Bruttii!» 

«Ah, ecco dove volevi andare a parare» commenta lui perplesso, mentre io continuo, indicando il cielo.

«Samnium

«Hai rotto il cazzo, esaltata» sento dire candidamente a qualcuno di sconosciuto dall’altro lato della strada.

Mi volto di scatto e faccio qualche passo sotto la pioggia, fuori di me. «Ehi, porta rispetto verso l’impero che ti ha dato i natali!» 

Sento il ragazzo con cui stavo parlando – o forse dovrei dire… che mi ascoltava durante il monologo – che mi trattiene per un braccio e, con uno strattone, mi fa tornare al riparo sotto la tettoia. 

«Allora, Furia, dai dell’anacronistico a me e poi sguaini la spada in difesa dell’antico Impero romano?»

Mentre lo dice è serio, ma mi sembra che sorrida con gli occhi. 

«Effettivamente, se la metti così» brontolo. «E per fortuna mi hanno interrotta, perché giuro che non mi sarei ricordata la regione successiva.»

«Picenum» dice lui facendo spallucce. 

Io apro la bocca, fissandolo, poi la richiudo senza dire nulla. 

«Che c’è?» Mi guarda di sottecchi. «Il ribelle che lotta contro il mondo ama la storia. Siamo nel ventunesimo secolo, avere dei tatuaggi non è necessariamente sinonimo di cattivo ragazzo.» E poi aggiunge con un ghigno divertito, scrutando il mio sguardo perplesso: «E scommetto che il bastardo fedifrago figlio di puttana che ti ha spezzato il cuoricino non era tatuato.»

Vacillo. Ha evidentemente sentito l’ultima frase che mi ha rivolto Cassandra prima di andarsene. 

Ripensare a Tazio mi coglie più impreparata del solito e l’onda d’urto che mi penetra nello stomaco è più forte che mai, perché questa volta non è solo una riflessione generica a lui, a ciò che ha fatto, a ciò che è perso, ma è un’immagine. E, purtroppo, è un’immagine anche troppo vivida: non riesco a cancellarla dalla mia testa, quella della schiena mezza nuda, coperta per metà da un lenzuolo, da cui si intravedono piccole linee nere. 

Un tatuaggio sul fianco… è stata la prima cosa strana che ho visto, dentro quella stanza calda e mezza buia. E poi, confusa, il mio primo pensiero compiuto: Si è fatto un tatuaggio e non me l’ha detto?

Improvvisamente, sento ritornare quella nota sensazione di malessere che mi blocca le vie respiratorie. Solo che, questa volta, non so come trattenerla: è forte e io non sono affatto pronta a respingerla. 

Mi volto di scatto, mi fiondo verso il ciglio del marciapiede e butto fuori tutti i gin tonic che ho ingurgitato nelle ultime ore. Ci metto qualche secondo a rendermi conto che il ragazzo appoggiato al muro mi sta sorreggendo, tenendomi indietro i capelli. 

«Vai via!» biascico, piegata verso la strada, e comincio a spintonarlo lontano: non voglio essere vista in queste condizioni. 

Lui però non si muove, la sua stretta è ferma. Mi guarda dall’alto, senza battere ciglio, con i capelli che si scuriscono bagnandosi di pioggia. 

«Che figura di merda, che figura di merda…» dico tra me e me, ad alta voce, guardando il marciapiede bagnato, mentre mi dimeno e continuo a dare sberle all’aria, nel tentativo di allontanare il tatuato. Sento che lui ride mentre schiva i colpi. 

Mi gira tutto, e quando mi rialzo ho più freddo di prima. Batto i denti visibilmente, le mie scarpe sono zuppe e mi stringo le braccia intorno al corpo. Mentre parlo, mi vergogno così tanto da non riuscire nemmeno a guardarlo in faccia. «Se tu potessi chiamarmi un taxi…» 

Il numero di telefono di mio fratello non lo ricordo a memoria e chiamare i miei a quest’ora è fuori discussione. 

Lui si toglie la giacca e me la mette sulle spalle. «A quest’ora i taxi te li scordi. Se mi prometti che non vomiti in macchina e ci diamo una mossa, ti porto a casa io» mi dice, rivolgendomi un sorriso stanco e alzando il cappuccio della felpa sulla testa.

Non ho assolutamente voglia di rispettare le regole base dell’educazione: No, grazie, non è necessario, me la posso cavare anche da sola. Nell’arco di un minuto e mezzo circa, sono riuscita a darmi fuoco ai capelli, immolarmi in nome dell’antica Roma e vomitare l’anima su un marciapiede e su gran parte delle scarpe: non è la serata giusta per rifiutare un aiuto e fare gli eroi.

Mi limito a guardarlo con gratitudine, sia per l’offerta di passaggio che per la giacca. Mi fa cenno di seguirlo e, a testa bassa sotto la pioggia battente, ci dirigiamo verso la sua macchina.

Una volta seduta, mi raggomitolo infreddolita e annuso il profumo che emana la giacca. Vengo colpita dall’odore piacevole della pelle, misto a una fragranza più leggera e tenue. È il tipico profumo che il maschio alpha usa in discoteca, quello che pubblicizzano alla televisione in cui compare un uomo a petto nudo muscoloso che, tutto altezzoso, viene seguito da una scia di donne in visibilio… Mi volto a guardarlo: potrebbe tranquillamente essere quell’uomo. 

Anche lui mi guarda e per un attimo i nostri occhi si scrutano in silenzio. 

Poi parla lentamente, come se fossi demente. «Se non mi dici dove andare, stiamo qua tutta la sera…» 

Io sgrano gli occhi. «Sì… scusa. Di fronte al Borgo Antico, grazie» rispondo concitata, dandogli l’indicazione del ristorante in cui lavoro, a qualche centinaio di metri da casa mia. 

Lui mette in moto e io mi soffermo sulle mani che stringono il volante. 

«Li hai ovunque?» Indico i tatuaggi. Sulle nocche ha tatuate delle lettere, mentre il resto è un grande marasma di linee e ombreggiature scure. 

«Sì», risponde. Poi si volta verso di me e aggiunge: «Quasi ovunque» facendomi l’occhiolino.

Rimango paralizzata. 

Era una battuta maliziosa? Io non so mica gestirle, le battute maliziose. 

«Perché ammicchi?» gli chiedo infatti, con un tono di voce forse troppo alto.

«Mi hai fatto una domanda… e io ho risposto» dice con semplicità, ingranando la prima. 

Sono un bel po’ stordita, il freddo e i giramenti alla testa sono forti, l’odore della sua pelle comincia a confondermi, e mi rendo conto di parlare soltanto dopo che ormai ho già aperto la bocca. «No. Hai ammiccato. Ti ho visto chiaramente ammiccare. Hai lasciato intendere che fossi tatuato in tutte le parti del corpo.» Appoggio stancamente la testa sul finestrino e poi aggiungo: «Hai fatto quello strano tono quando hai detto Quasi ovunque. C’è stata anche una pausa di sospensione abbastanza importante tra le due frasi e… Ah! Hai pure aggiunto un eloquentissimo occhiolino finale.» L’ultima frase la dico sbadigliando e poi chiudo gli occhi. «Direi che tutto questo affaccendamento non può essere catalogato come semplice risposta

«Tu sei strana…» gli sento dire. 

«Sì. Ma tu non ammiccare. Sei troppo figo per poterti permettere di ammiccare» rispondo vagamente, mentre la testa continua a girare, sempre più forte. 

Cullata dalla sua risata in lontananza e dal ticchettio della pioggia sul parabrezza, piombo nel sonno. 

Capitolo 2

Quella volta che è cambiata l’estate

Agosto 2010

Una tipica giornata estiva di città: caldo afoso, strade svuotate, edifici illuminati da un sole che non concede tregua e che rende tutto giallo e luminoso, ricoperto da una patina di sonnolenza e immobilità, soprattutto durante le prime ore del pomeriggio. Un pomeriggio che ha tutta l’aria di essere uguale a molti altri, di molte altre estati che sono state e che verranno. Estati trascorse su gradini, a fumare qualche sigaretta immerse nella tipica stasi liceale, che rende reali solo i momenti passati tra i banchi. Tutto il resto è contorno scomodo, è spreco; e in quello spreco noi viviamo la vita vera, evitando accuratamente di parlare di tutto ciò che rimanda all’inizio della scuola imminente, concentrandoci sugli ultimi residui di libertà concessi da questi mesi che sembrano non finire mai. 

«Abbiamo deciso» sto dicendo a Nina e Cassandra con estrema serietà, «se non trovo l’uomo della mia vita, l’anno prossimo facciamo sesso.»

Nina mi guarda alzando le sopracciglia: «Wow! Verranno fuori tante belle scimmiette…»

«Cogliona.» Le do un pugnetto scherzoso sulle braccia candide. «Ti ho già detto che in foto viene male…» 

Immane cazzata: so perfettamente che Pier, amico di vecchia data che rivedo puntualmente ogni estate al mare, è addirittura molto più brutto live, rispetto a come appare in foto. 

«Lali, ha ragione Nina: quel tizio sembra uno scimmione. Ha il mascellone alla De Niro…» E mentre lo dice, Cas porta avanti la mascella in maniera esagerata. Quindi continua, con voce storpiata: «Ehi, io e te andare a fare zumba zumba nelle caverne, tu portare peli e io portare clava

Sto per ribadirle la cazzata che Pier in foto non rende proprio bene, quando una vecchia Pandina rossa si ferma con una frenata rumorosa in mezzo alla strada, giusto a qualche metro da noi. Ci voltiamo a guardare tra le risate: è strano trovare in giro qualcuno a quest’ora, in centro città e con questo caldo che sembra voler togliere il fiato. 

Dal finestrino abbassato vedo sbucare la faccia di un bel ragazzo dai capelli castano chiari, che si protende in avanti. È abbronzato e la pelle dorata contrasta con il bianco abbagliante del suo sorriso. Non credo di averlo mai visto così bello come in questo momento, il braccio appoggiato fuori dal finestrino e gli occhi nascosti dietro un paio di Ray-Ban scuri.

«Ehilà, Nina!» esclama, attirando tutta la nostra attenzione. La mia amica gli sorride e si raddrizza in piedi confusa, mentre lui, dall’interno dell’auto, continua… «Ti servono i libri di quarta? Sto cercando qualcuno a cui venderli!»

Nina si avvia verso la macchina aggiustandosi prima le pieghe della gonna plissettata, poi la frangetta. Indossa uno dei suoi soliti vestitini chiari a fiori blu, col busto aderente e la gonna morbida a campana, e delle ballerine ai piedi. Non è il tipo che si abbassa a urlare a un ragazzo da una parte all’altra della strada e per questo la invidio molto: se lui avesse chiamato me, probabilmente avrei cominciato a correre senza dignità verso la Panda rossa con un sorriso a mille denti e due cuoricioni al posto degli occhi, rischiando di inciampare rovinosamente nei miei stessi piedi.

Nina, invece, con un sorriso genuino e una pacatezza invidiabile, cammina ancheggiando, la pelle chiarissima che quasi riflette il sole. Nonostante questo, mi sembra che il ragazzo alla guida stia fissando me, da lontano. E continua a farlo anche mentre Nina si appoggia al finestrino e gli dice qualcosa che non riesco a sentire. 

Chiudo gli occhi a fessura, cercando invano di leggere il labiale dei due ragazzi. 

«Maledetto club di aristocratici» sussurro a Cassandra guardando torva la scena, «tra di loro si conoscono tutti: è una setta. Io… è anni che provo a rivolgergli la parola e lui non mi si fila manco per il…»

«Lali!» Nina mi chiama, particolarmente raggiante. «Come sei messa coi libri di quarta?»

Scatto in piedi, quasi come se gli scalini su cui siedo fossero improvvisamente diventati bollenti.

Cassandra scoppia a ridere, quindi mi incita: «Falli secchi, Che Guevara

Raggiungo velocemente la macchina posteggiata in mezzo alla strada, imponendomi di non correre né di assumere quegli occhioni a cuoricione di cui sopra. 

«Ciao», esalo, accaldata da quel breve sforzo fisico. Sento il vestito che indosso attaccarsi alla pelle e mi sembra che lui, dietro gli occhiali da sole, lo stia notando. «Effettivamente, io sarei interessata. Mi mancano ancora greco, filosofia e…»

«Oh, Tazio, leviamo il culo che sto da schifo…»

Sento un rantolo provenire dai sedili posteriori. Un ragazzo con i rasta che non avevo notato è spalmato sul retro e si tiene una gamba con entrambe le mani. Lo fisso con aria interrogativa.

«Adesso andiamo, cretino, torna a dormire» replica Tazio, improvvisamente infastidito. 

«Proprio ora dovevi intrattenerti in convenevoli?» si lamenta ancora l’altro.

«Sì.» Tazio torna a guardarmi. «Proprio ora.» 

Sento le viscere contorcersi e a malapena mi rendo conto che Nina mi sta tirando una gomitata nello stomaco. 

«Scusalo» aggiunge il ragazzo, rivolgendosi ora esplicitamente a me. «Il coglione qui dietro ha avuto la brillante idea di dimostrare a tutti le sue doti di ginnasta, facendo una verticale.»

«Era una ruota…» bofonchia quello.

«Una ruota da ubriaco marcio. A giudicare dalle dimensioni spropositate della sua caviglia, si deve essere rotto qualcosa» conclude Tazio, rivolgendomi un sorriso. 

«Quel prato era in pendenza…» borbotta il rasta da dietro. 

«Era in pendenza anche prima che tu facessi la ruota, Ciubbe.»

«Sei in quelle condizioni da ieri sera?» chiedo stupita, indicando la caviglia, malamente fasciata con pezzi svolazzanti di carta igienica tenuti precariamente insieme da nastro da pacco. 

«No, è appena successo, ma è da ieri pomeriggio che beviamo e…»

«Va bene, Ciubbe, non ammorbiamole con le nostre disavventure ginniche!» lo interrompe Tazio, e mi sembra imbarazzato da quello che il suo amico si apprestava a confessare. 

«Non c’è niente da nascondere» sbotta l’altro, «ti sei fermato a rimorchiare solo perché sei ubriaco, altrimenti saremmo già in ospedale da un pezzo…»

«Le migliori cose nascono dalle migliori sbronze» intervengo io, facendo un occhiolino a quel tizio che a scuola vedo sempre, immancabilmente a fianco di Tazio, e che, a quanto pare, fa Ciubbe di soprannome. 

Non che io sia un’accanita bevitrice, ma ogni tanto capita anche a me di esagerare con l’alcol… magari non di sabato. Alle tre di pomeriggio. Con una temperatura esterna percepita di sessanta gradi all’ombra. 

A ogni modo pare che io abbia fatto centro, dal momento che Tazio sembra rilassarsi dopo la mia risposta.

«Se ci scambiamo i numeri, poi ci possiamo mettere d’accordo per i libri.» Mi sorride. «Io, comunque, sono Tazio.» E allunga una mano oltre il finestrino, ignorando che io so da tempo non solo il suo nome, ma anche il cognome, la scadenza della carta d’identità, il codice Iban, e pure quell’aneddoto di lui che, da piccolo, rimane incastrato con la testa nella ringhiera della sua casa in montagna.

«E la sventurata rispose…» dice ironico Ciubbe dai sedili posteriori, facendo roteare gli occhi al cielo. 

«Laura. Io sono Laura» ribatto io. E spero con tutta me stessa che Tazio non noti il tremolio della mia mano non appena entra in contatto con la sua. 

«Ottimo… Laura» ripete lui, esibendosi in uno dei suoi sorrisi mozzafiato che di solito vedo indirizzare a gente del suo calibro. «Sei una ragazza fortunata: ti passerò dei libri usati così nuovi da arrivare addirittura a pensare che il proprietario precedente non li abbia aperti nemmeno una volta.»

Nina sposta lo sguardo lentamente da lui, che sorride, a me, inebetita, e sussurra ironica: «Sì, Laura, ragazza fortunata

Le mollo un piccolo calcio sullo stinco, senza farmi vedere, mantenendo un sorriso smagliante, come se scambiarmi il numero con ragazzi bellissimi in mezzo alla strada sia per me la normalità. 

«Esigo uno sconto» dico, senza staccare gli occhi da lui. «Mi toccherà fare tutti gli esercizi di greco di mio pugno, se chi aveva il libro prima di me non li ha già fatti.»

«Ehi, giuro che appena arrivo a casa ti completo tutti gli esercizi che non ho mai fatto» esclama dietro gli occhiali da sole. 

«Sì, certo, da ’mbriago come una rana…» commenta Ciubbe dal retro. 

Tazio fa finta di non sentirlo. «Aoristi e ablativi assoluti tutta la notte, se necessario.»

Io e Nina scoppiamo a ridere, e lei interviene nel discorso: «Tu lo sai che l’ablativo assoluto è un costrutto latino e non greco, vero?»

«No che non lo sa…» commenta Ciubbe con fare annoiato.

«Certo che lo so, per chi mi avete preso?» Poi si rivolge ancora a me: «Farò quegli esercizi così bene e i tuoi voti subiranno un’impennata così drastica, che sarai tu stessa a invitarmi a cena per cercare di sdebitarti.» Mi sorride furbo, mentre io cerco di mantenere un’espressione neutra, anche se mi stanno per cedere le gambe. 

Questo ragazzo non si immagina neppure in quanti modi, negli anni, io abbia cercato di attirare la sua attenzione: appostamenti tattici in corridoio davanti alla sua aula, partecipazione attiva durante i suoi comizi in qualità di rappresentante degli studenti in Auditorium. Insomma, l’impegno nel conoscere quel Tazio Rigoni e il suo sorriso mozzafiato ha impiegato parecchie risorse e dispiegamento di mezzi, ma nonostante questo non sono mai riuscita a farmi notare, arrivando ad arrendermi definitivamente nella consapevolezza che, al termine dell’anno scolastico a venire, non lo avrei più incrociato tra un’ora di lezione e l’altra. 

Oggi, invece, capito qui senza pretese, lui spunta dal nulla, mi sorride, e non solo mi rivolge la parola… ma pure mi chiede il numero di telefono alludendo a cenare fuori

Il cuore minaccia di portarmi prematuramente su un lettino di Cardiologia. Incrocio lo sguardo di Nina che, al mio fianco, attende come Tazio la mia risposta con le sopracciglia alzate e un sorrisone sornione piantato in volto. Annuisce con foga, aprendo gli occhi per farmi capire che non posso esitare oltre.

«Accetto l’offerta volentieri. Ho davvero bisogno di un’impennata alla mia media di greco, che di solito si aggira intorno al quattro virgola tre.»

«Anche la sua» interviene Ciubbe molesto. 

«Senti, Jury Chechi, ma tu da che parte stai?» sbotta Tazio, girandosi verso l’amico.

«Dalla parte degli onesti» risponde quello, solenne. «E degli amici che ti portano all’ospedale quando stai per svenire dal dolore.»

Nina ride e risponde al posto di Tazio: «Se, come dici tu, il problema è la caviglia, ti faranno solamente stare a riposo un paio di giorni.»

«Vieni a casa a curarmi tu?» le domanda Ciubbe con un guizzo improvviso, come se si fosse accorto di lei solo in quel momento. Per la prima volta, si muove dalla sua posizione distesa per sbucare con la testa tra i sedili anteriori, protendendo le braccia verso Nina. «Aiutami! Ti prego, dolce ragazza dalla pelle diafana e dalla bocca sanguigna, solo le tue tenui mani sul mio vigoroso corpo potrebbero alleviare il mio male incurabile!» 

Nina spalanca gli occhi, sbigottita da quella rinascita improvvisa da parte di uno che, fino a quel momento, aveva solamente borbottato qualche rispostaccia tagliente con la voce cavernosa dei moribondi.

Tazio lo prende in giro: «Sei diventato vigoroso e io non me ne sono accorto?»

«Dolce ninfa dei boschi, divinità celeste, sacra e pudica pulzella! Alleggerisci il mio peso, guàda il mio animo…» continua quello imperterrito, facendo ridere sia me che Nina a crepapelle.

«Ma piantala, Ciubbe.» Tazio gli tira una gomitata nelle costole, poi cerca di spingerlo di nuovo nel retro della macchina. Nel frattempo, si rivolge a noi: «È meglio se andiamo. Venite alla festa di Ciubbe, sabato? Così io e Laura ci mettiamo d’accordo meglio…»

«Creatura ultraterrena! Angelo guaritore! Ippocrate dei tempi moderni!» La testona del rasta sbuca nonostante i tentativi di Tazio di respingerlo. 

«Vi mando l’invito via Facebook. Okay?»

Io e Nina annuiamo divertite, mentre lui accende la macchina e l’altro continua a urlare: «Salvami! Sono spacciato, senza di te, mia tenerissima…» Si interrompe. «Com’è che si chiama?»

«Nina» sbuffa Tazio, mettendo in moto e rivolgendomi un ultimo sorriso. 

Io ricambio, ancora sottosopra. 

Il rasta non si dà per vinto e si lancia con tutto il busto fuori dal finestrino, le braccia spalancate verso di noi mentre la macchina si allontana: «Tenerissima Nina! Che cosa c’è in un nome? Ciò che noi chiamiamo con il nome di rosa, anche se lo chiamassimo con un altro nome, serberebbe pur sempre lo stesso dolce profumo.»

«E così ti sei giocato l’unica frase di Shakespeare che conosci» sottolinea la voce ormai lontana di Tazio.

«Ninetta mia, a crepare di maggio ci vuole tanto, troppo coraggio.» 

«Siamo in agosto, Ciubbe…»

«Ehi, non si storpia De André, okay?» E poi ancora, poco prima di vedere la Panda svoltare l’angolo: «Ninetta bella, dritto all’inferno, avrei preferito andarci d’inverno!»

La Panda scompare dal nostro orizzonte e io e Nina rimaniamo ferme nell’improvviso silenzio che ci circonda. 

Ci metto un attimo a realizzare ciò che è appena successo: il caldo afoso si riappropria di me in una frazione di secondo, il sole si diverte a picchiarmi sulla testa con una pala e le goccioline che ho sul collo lasciano una lunga scia scendendo lungo la schiena. Mi metto le due mani sulle guance che sento avvampare, premendomele forte, mentre Nina si volta a guardarmi con gli occhi sbarrati, toccandosi la frangetta con quel suo tic nervoso che la contraddistingue da sempre. Scoppiamo a ridere all’unisono, nel silenzio della città abbandonata, mentre mi chiedo se quello che è appena successo è stato frutto della mia immaginazione o se, davvero, Tazio Rigoni non solo mi ha rivolto la parola, ma mi ha anche invitata a una festa. 

Lo stupore generale è rotto dalla voce lontana di Cassandra: «Ma che cazzo di problemi aveva quel tipo?»

Io e Nina ci scocchiamo un’occhiata d’intesa e torniamo dalla nostra amica, ancora seduta all’ombra dei gradini. 

«Avevo capito che i libri di quarta te li aveva già passati tuo fratello» mi dice Nina mentre camminiamo.

«Infatti», rido. «Li ho già tutti quanti da un pezzo.»

Capitolo 3 

Ubriaca tra le pagliuzze

Apro gli occhi lentamente, mentre sento qualcuno scuotermi con delicatezza il braccio.

«Ehi, Sbocchina, siamo arrivati» dice una voce che fatico a riconoscere.

La mia faccia è spalmata sul vetro freddo dell’automobile, e la prima cosa che vedo sono delle goccioline che scendono veloci dall’alto. Fuori, la strada è buia e sembra che la pioggia sia aumentata rispetto a quando siamo partiti. Si sente scrosciare forte sulla carrozzeria e, con una parvenza di lucidità che non credevo di possedere ancora, riesco a pensare al fatto che, forse, il rumore della pioggia che picchietta quando si è chiusi in una macchina è ciò che di più magico ha creato la natura.

Stacco velocemente la faccia dal vetro e, in maniera davvero poco elegante, mi asciugo un lato della bocca da cui è fuoriuscito un rivoletto di bava. Ho ufficialmente toccato il fondo, mi dico mentre mi volto imbarazzata verso il guidatore, che mi sta fissando con espressione indecifrabile. 

«Scusami…» dico in fretta, togliendomi la sua giacca e posandola sul cruscotto. «Non ti ho nemmeno tenuto compagnia durante il viaggio. Sono davvero una pessima ubriacona.»

«Mi hai tenuto compagnia eccome: hai russato» afferma lui, massaggiandosi le tempie con gli occhi chiusi. Sembra molto stanco e io mi soffermo a osservarlo compiere quel gesto un secondo di troppo.

Per togliermi dall’imbarazzo, replico in fretta: «Io non russo!»

«Hai russato, eccome.»

«No, ehi, fermi tutti, io mi conosco bene e quando dormo faccio cose strane, ma non ho mai russato.»

«Cose strane, tipo?» mi scruta un po’ dubbioso, come se nemmeno lui fosse sicuro di voler sapere la risposta.

«I miei genitori giurano che in seconda elementare mi hanno trovata in cucina intenta a sbattere un merluzzo sul tavolo, e alla richiesta di spiegazioni ho risposto che volevo riportarlo in vita.» Poi mi soffermo un attimo a pensare. «E Cas, la mia migliore amica, mi ha detto che una notte mi ha beccata mentre facevo stretching affianco al letto e, quando mi ha chiesto che razza di problemi avessi, io le ho risposto che mi stavo preparando per saltare.»

«Saltare?»

«Sì, saltare dal trampolino.» Annuisco convinta, mentre lui non fa altro che fissarmi perplesso. «In quel periodo guardavo molto le Olimpiadi» aggiungo, a mo’ di spiegazione. «Ah, e poi c’è stato il periodo in cui ero molto stressata per gli esami di maturità e, a quanto pare, vagavo per le stanze recitando ad alta voce la Medea di Euripide.»

«In… greco?» mi domanda, un po’ spaventato.

«Così dicono» confermo. «Comunque non è servito a un cazzo, a giudicare da come sono andata male agli orali. Probabilmente ho dato tutto quella notte e nel cervello non è rimasto più nulla» rifletto ad alta voce, più parlando con me stessa che con lui.

Mi fissa interdetto, prima di scandire lentamente le parole. «Ma tu… quanto cazzo parli.»

Non ha molto l’aria di essere una domanda, è piuttosto una constatazione, e io non posso fare altro che annuire con un sorriso tirato in volto. 

La mia serata è stata uno schifo, ma è stata soltanto colpa mia, della mia stupidità e della mia bramosia di gin tonic, quindi tecnicamente me lo merito. Ma lui… lui si è solo trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato. Voleva fumarsi una sigaretta in pace, tutto bello e maledetto appoggiato al muretto, e invece si è ritrovato una ragazza ubriaca e logorroica che non solo gli ha quasi vomitato sulla giacchettina in pelle profumata, ma si è pure fatta scarrozzare a casa sbavandogli sui sedili.

«Già, sono una frana nel rapportarmi la prima volta con qualcuno che non conosco» annuncio tristemente. Sto per aggiungere che autodefinirsi frana non va più di moda dagli anni Novanta, ma per qualche strana congettura astrale riesco a mordermi la lingua e ad allungarmi verso la portiera. «I silenzi imbarazzanti mi terrorizzano.»

«Silenzi imbarazzanti?» Scoppia in una risata. «Con te? Ti conosco da dieci minuti e non ho mai sentito così tante parole in fila una dietro l’altra.»

Lo guardo di traverso. «Be’, mio caro, ringrazia la mia politica verso gli sconosciuti: se non fosse per me, noi due non staremmo neppure avendo un dialogo.»

«Se non fosse per me, mia cara, tu saresti da sola e sotto la pioggia a dieci chilometri da qui» dichiara lui, divertito.

Colpita e affondata. 

«Evvabene, simpaticone» sussurro mestamente. Mi sporgo ancora verso la maniglia e faccio per congedarmi: «Ti ringrazio molto per tutto, sai, la sigaretta con cui quasi prendevo fuoco, la vomitata sostenuta dalle tue braccia forti…»

«Ma tu ti senti quando parli?»

«… il passaggio a casa…» continuo io, indifferente, preparandomi a scendere sotto la pioggia. 

Ormai la mia lingua non ha un freno e mi rendo conto che davanti a questo tizio non c’è più niente da nascondere: sto parlando a ruota libera da quando lo conosco e non ho più una benché minima parvenza di dignità da preservare.

«Ehi, bloccati un secondo.» Il ragazzo si allunga verso di me, appoggiandomi una mano sulla spalla nuda. 

Nuda? Nuda… perché sono nuda? Me ne rendo conto solo in questo momento. La mia maglietta a maniche corte è completamente scivolata su un lato, lasciando scoperta un’ampia porzione di clavicola e la spalla sinistra. Lui mi poggia la mano proprio lì, calda sulla mia pelle ancora bagnata di pioggia. 

Come se mi fossi improvvisamente ridestata, sposto la spalla verso il basso, incapace di sostenere quel peso, mentre lui la toglie subito con uno scatto, come se si fosse bruciato, quasi il gesto appena compiuto fosse differente rispetto a quello che aveva in mente. Vedo un’ombra di scusa nei suoi occhi e lo fisso tranquilla mentre mi risistemo la maglietta, in modo da coprirmi entrambe le spalle. 

I suoi occhi scuri si muovono lentamente su di me.

«Mentre dormivi hai effettivamente parlato…» continua, senza staccare gli occhi dalla mia maglietta bianca. Finalmente alza lo sguardo e lo posa sul mio, che lo ricambia interrogativo. «Fammi vedere quel posto in cui non hai i tatuaggi… mi hai praticamente implorato!»

Sgrano gli occhi, mettendomi una mano sulla bocca. «Ma… ma che cazzo dici…»

Annuisce con vigore. «Te lo giuro: avevi gli occhi chiusi ma stavi proprio parlando con me. Continuavi a ripetermi di togliermi i pantaloni.»

Non riesco a muovermi di un millimetro. È vero, lui è oggettivamente bellino, anche così, un po’ in penombra in stile vedo-non vedo. Ed è effettivamente da me diventare molto ciarliera da ubriaca, così come potrebbe effettivamente essere successo di pensare a questo tizio mezzo nudo e ricoperto solo dei suoi tatuaggi, ma addirittura arrivare alle molestie sessuali… questo, ecco, questo potrebbe essere un tantino esagerato anche per la sottoscritta.

«Dunque, che si fa?» 

Vedo il suo sorrisetto brillare nella penombra.

«Che si fa in che senso?» balbetto, con le mani ancora immobili davanti alla bocca.

Sul suo volto si apre un sorriso molto grande e davvero molto sornione. «Me li tolgo io i pantaloni o me li togli tu?»

Lo fulmino con lo sguardo. «Ah-ah. Davvero esilarante.»

«Non puoi illudermi così… io ti ho letteralmente strappata dalla strada, ti ho portata sana e salva a casa, potresti dimostrarmi un minimo di riconoscenza.»

«Di sicuro» borbotto nervosa, agitandomi sul sedile. Colgo dell’ironia nel tono della sua voce, ma non potrei giurarci. «Passa domani e ti offro il caffè, okay?» Gli indico il Borgo Antico, dall’altra parte della strada, rendendo chiara la mia intenzione di allontanarmi il più velocemente possibile dalla sua auto.

«Tu lavori lì?» mi domanda stupito, voltandosi a fissare il punto che gli ho indicato. «Pensavo studiassi latino, o quelle cazzate lì…»

«Studio anche latino. Oltre al lavoro. E per la cronaca, quelle cazzate lì…»

«Occazzo, ora riparte con la filippica su Roma che ci ha dato i natali» mi interrompe, ridendo. «Mi piaci di più quando stai zitta.» Fa schioccare la lingua e riprende a guardarmi la maglietta.

Stringo gli occhi a due fessure e, mentre tento di coprirmi come posso dal suo sguardo ostinato, con voce dura gli rispondo: «Anche tu mi piaci di più quando stai zitto.»

«Allora toglimi i pantaloni mentre sto in silenzio» mi fa, imitando la mia voce e stringendo gli occhi come ho fatto io.

«Ma piantala» mormoro imbarazzata, distogliendo immediatamente lo sguardo dal suo e chinandomi a raccogliere la borsa che ho appoggiato tra i piedi. 

Lui, nel frattempo, scoppia a ridere. Sta per aggiungere qualcos’altro quando sento un cellulare squillare.

Con la coda dell’occhio, lo vedo irrigidirsi mentre muove il dito sullo schermo. 

«Cosa è successo? È tardissimo» chiede con voce atona all’interlocutore. Aspetta un secondo in silenzio, fissando la strada davanti a sé con sguardo vuoto, una mano che tocca nervosamente il volante. «No. Niente di importante. Arrivo subito.»

Mi rendo conto che quella è una telefonata privata, e lui ha immediatamente cambiato espressione, divertita fino a qualche attimo prima. Mi sento davvero di troppo e siamo fermi in mezzo alla strada da molto tempo, con le quattro frecce che lampeggiano a intermittenza. Mi avvicino lentamente e gli tocco una spalla, e quando lui si volta a guardarmi, col cellulare ancora attaccato all’orecchio, lo vedo per la prima volta da vicino. 

La sua pelle è liscia e olivastra, la forma del viso regolare e nei suoi occhi scuri, così da vicino, si intravedono delle piccole pagliuzze ambrate che quasi stonano con il resto del viso, altrimenti completamente buio. I capelli bagnati sono nerissimi, così come le sopracciglia, non troppo folte ma neanche particolarmente curate. Quando si volta verso di me di scatto, ricordandosi della mia presenza al suo fianco, i suoi occhi guizzano velocemente sulla mia mano che è ferma sulla sua spalla, e io mi affretto a toglierla. Ma è solo un attimo, le pagliuzze tornano a guardarmi dritte negli occhi, e io mi sento completamente e incomprensibilmente scoperta, anche se la mia maglietta ora è al posto giusto – forse solo un po’ più bagnata e trasparente di come dovrebbe essere. 

Mi sento quasi intimorita dalla sua bellezza, come se non fossi degna di trovarmi così vicino a quel viso. Questa consapevolezza e il fatto di essere stata appena descritta al suo interlocutore come qualcosa di poco importante mi costringono a dire più in fretta di quanto vorrei un Grazie con le labbra, senza emettere alcun suono. 

E senza aspettare risposta, in un attimo mi riverso fuori dall’auto, cominciando a correre sotto la pioggia, cercando di ripararmi alla bell’e meglio con la mia borsa. 

Bell’e meglio… altro termine, peraltro, in disuso sin dagli anni Novanta, forse addirittura mai stato veramente in uso.

L’impatto con l’acqua mi fa rabbrividire e, mentre tento scoordinatamente di evitare le pozzanghere, facendo dei balzi a destra e a sinistra, e penso a quanto sia il caso di terminare questa serata il prima possibile buttandomi a letto, sento una macchina che mi affianca. Il finestrino è abbassato, il guidatore procede lentamente tenendo il mio passo.

«Ehi, Cenerentola pervertita… pensi che il tuo debito sia estinto semplicemente perché sei corsa via?» mi chiede.

«Smettila!» urlo irritata di rimando, continuando a mantenere il passo sotto la pioggia scrosciante.

«Per ora mi a accontento di un caffè» mi risponde con voce divertita.

«Te lo fai bastare per ora e per sempre!» replico, sempre più irritata. 

Questo tizio ha la capacità di innervosirmi in una maniera inaudita, e mi parla come, in ventidue anni di vita, non si è mai azzardato a parlarmi nessuno.

«Non ti agitare. Arriverà il momento in cui mi supplicherai di nuovo di togliermi i pantaloni» lo sento dire con un sorriso beffardo. «E ti assicuro che a quel punto sarai totalmente consenziente!»

Mi blocco, non sento più il freddo né la pioggia che martella sul mio corpo scoperto, e vedo che anche la macchina si arresta, a qualche metro da me. Mi avvicino come una furia, con due falcate veloci, mentre la rabbia mi scalda le guance. Mi chino quanto basta per guardarlo negli occhi: «Ma tu, esattamente, chi stracazzo ti credi di essere?»

Lui mi fissa con un sorrisetto stampato in faccia, mentre con un gesto della mano si mette a posto i capelli. 

Vacillo un istante: ogni volta che mi concentro sul suo viso, quelle pagliuzze sul fondo degli occhi neri mi incatenano con così tanta forza al suo sguardo da farmi dimenticare il motivo per cui provo antipatia istintiva verso questo tizio. Tutta la rabbia e il coraggio che da sempre mi contraddistinguono, così come la lingua lunga, la sfuriata facile, la battuta sempre pronta mi muoiono in gola non appena il suo sguardo arrogante e sarcastico punta nel mio.

Non credo lui si renda conto del mio cedimento interiore. Mi impongo di non abbassare lo sguardo, nonostante sia seriamente tentata di farlo mentre i secondi passano e lui non risponde alla mia domanda. 

Piazzo le mani sul tettuccio della macchina, un po’ teatralmente, con tutta la forza che ho, cercando di fare il più possibile rumore. «Allora?» lo incalzo, sempre più imbufalita dalla sua sfacciataggine. «Ti rendo noto che le tue sono in tutto e per tutto catalogabili come molestie verbali

Lo vedo mantenere il sorrisetto e sporgersi verso di me. «Ti ricordo, piccola Cenerentola pervertita, che in macchina hai iniziato tu con le molestie… sessuali, però. Che cosa reputi più grave?»

Socchiudo gli occhi. Devo ancora capire se tutta questa storia che lui si ostina a propinarmi sia accaduta realmente o se si tratta soltanto di una bugia, quindi non mi fido a replicare e decido di cambiare argomento, sbottando: «Piantala di chiamarmi pervertita!»

Scoppia ancora una volta a ridere, mentre io sono costretta a togliere le mani dal tettuccio perché vedo che lui sta alzando il finestrino automatico. Lo guardo truce, facendo un passo indietro. Quando il finestrino è quasi completamente chiuso, sento la sua voce, ancora divertita: «A domani, Sbocchina

La macchina riparte e io rimango immobile, sotto la pioggia, completamente bagnata e con le guance ancora rosse di rabbia.

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Jay
Del Gelso

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Nata sul finire degli anni ’80, Jay Del Gelso vive nell’entroterra calabrese con la sua famiglia. Da sempre innamorata della storia e della letteratura inglese, le studia per passione e le insegna per mestiere. 

Nel tempo libero, muovendosi con i suoi alter-ego – jaybree ed ethelincabbages – nel variegato mondo della creatività amatoriale online, si diletta a raccontare di personaggi impigliati nelle complesse sfide della vita, più o meno, comune.

Marianna Coccorese

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Nata a Napoli il 19 novembre 1990, è laureata con lode in Comunicazione pubblica sociale e politica alla Federico II di Napoli.

È appassionata di scrittura, musica, arte e sport, in particolar modo di pallavolo.

Sogna di lavorare nel campo delle risorse umane; a dicembre del 2016 ha pubblicato il suo romanzo d’esordio, Scegli me, con la casa editrice Eden Editori.

A maggio 2019 ha vinto il premio come Autore dell’anno, indetto dal giornale online Napoli Time.

La scrittura è da sempre il modo migliore che ha per esprimersi, scrive principalmente per se stessa, lasciando in ogni libro una piccola parte di sé.

improta

Salvatore Improta

Nasce a Napoli nel 1979 e si trasferisce a Bologna nel 2001. Nel 2002 apre un blog sul quale pubblica racconti alcuni dei quali selezionati in raccolte di autori emergenti. Nel 2017 vince due importanti contest nazionali di scrittura: Coop For Word con Metrò on the book pubblicato nella raccolta Cado come neve (ed. Fernandel) e sul Resto del Carlino di sabato 16/09/17 e Scriba Festival della Bottega Finzioni (Carlo Lucarelli) con il racconto Dove devo firmare. È pubblicato nella rivista PostScripta (ed. Atlantide) con il racconto È arrivata primavera; nella raccolta Sette son le note (ed. Alcheringa) con il racconto All you need is love but you don’t know. Nel 2018 viene pubblicato in ebook il suo libro d’esordio Brucia (ed. Geekoeditor). Nello stesso anno si classifica tra i vincitori del premio nazionale “Tuttiscrittori” con il racconto Caterina. Nel 2019 il racconto Il primo di una lunga storia è pubblicato nella raccolta, Mille e una storia. Nel 2020 partecipa al contest “Dalla finestra” organizzato da Giulia Ortuso, con il racconto Musica in collaborazione con l’artista e grafica Alessandra Loreti, rientrando tra i selezionati per la pubblicazione del libro “Dalla finestra”.

amalia frontali

Amalia Frontali

Amalia Frontali è uno pseudonimo.

In quanto tale ha la fortuna non di indifferente di poter fare sempre e solo ciò che preferisce, vale a dire leggere, cucinare, passeggiare col suo cane e uccidere piante in vaso.

E naturalmente scrivere.

Amalia scrive dal 2017, sperimentando generi, registri e forme narrative.

Ha un debole per lo stile epistolare e per le ambientazioni storiche e belliche.

Des Anges Words Edizioni Autori

Alba
Des Anges

Milanese, classe 1991, l’altra metà di una ragazza ossessionata dai libri e che dei libri ha fatto il proprio lavoro, dopo una laurea in Comunicazione interculturale, una specialistica in Editoria e un master.

Alba colleziona maialini rosa di ogni tipo e dimensione, venera i gatti, Cristina d’Avena, le torte al cioccolato, e ha un passato da ballerina, pallavolista e pattinatrice su ghiaccio. Su di sé le piace raccontare molte storie, ma ce n’è una che considera l’incipit perfetto del romanzo della sua vita: quando è nata, a metà aprile, in primavera, una nevicata imprevista ha incollato gli sguardi al cielo. Un benvenuto che l’ha sempre fatta sentire un po’ speciale. Si considera un’imbranata cronica e un’eterna bambina che non si sforza nemmeno un po’ di crescere. D’altronde, e non potrebbe essere altrimenti, la sua fiaba preferita è Peter Pan. La ragione per cui ha cominciato a scrivere? L’Isola che non c’è esiste, e si nasconde in quel ponte di parole teso tra fantasia e realtà che lei ama creare e ricreare, per divertirsi, per giocare.

Stars – Il Re di Picche è il suo libro d’esordio e il primo volume di una serie romance che ha visto la luce nel 2014 con Triskell Edizioni, ma che torna per Words in una nuova veste, pronta a splendere.

de martin

Giulia
De Martin

Classe 1991, una laurea in letteratura inglese, una in giornalismo e due anni vissuti in Irlanda, oggi ha trovato la sua occupazione nel mondo del digitale, ma non ha abbandonato la sua passione per i classici e la loro bellezza.
Vive fra le Dolomiti con un pallanuotista e due gatti, Loki e Thor, alternando web e carta stampata, lavorando come modella e viaggiando per l’Europa.

Il romanzo storico è per Giulia il mezzo per trattare temi attuali e riflessioni profonde conferendo al tutto un’anima romantica.
I suoi personaggi, donne forti e determinate che combattono per mantenere la loro posizione e felicità, rispecchiano le giovani di oggi, sognatrici e pragmatiche, che bevono la vita in un sorso solo assaporandone ogni goccia.

Come la pioggia e la Scozia, il suo romanzo d’esordio, ha vinto i Watty’s per la categoria narrativa storica nel 2019, prima di essere pubblicato da Words Edizioni. Il romanzo è stato per mesi tra i Bestseller Amazon. Anche Le Api di Waterloo ha vinto i Watty’s 2020 per la stessa categoria.

liliana d'angelo words edizioni

Liliana D'Angelo

Consegue la Maturità Classica nel luglio del 1984 presso il Liceo Classico “P. Giannone” di Caserta, e la laurea in Lettere nel luglio del 1990 presso l’Università degli Studi di Napoli “Federico II”; oggi è docente di lettere nella Scuola Secondaria di secondo grado a tempo indeterminato.

Pubblicazioni:
Il Profumo della Viole (2005)
Il Segreto di Villa Camilla (2006)
L’Albero dei Desideri (2007)
Chiedi alla Luna (2008)
Magica Europa (2009)
La Schiava Cristiana (2010)
Come un puzzle (2012)
Le fiabe più belle (2012)
Iris e l’inganno della principessa (2014)
Siamo ragazzi (2016)
Gioco di squadra (2017)
Corri più veloce del vento (2018)

Tutti i romanzi sono editi da Medusa Editrice.
Per Words Edizioni esordisce con La luce dell’alba.

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Vanna Costanzo

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Giovanna “Vanna” , classe 1995, vive a Caserta ed è diplomata in restauro delle opere pittoriche.

Ama profondamente tutto ciò che ha a che fare con l’arte (in qualsiasi campo), gli animali, la natura e la Storia.

Tenta di convincersi ogni giorno di essere nata nel decennio giusto, ma con scarsi risultati.

“La luce calda del tramonto”, primo volume della “Trilogia del Sogno Americano” e precedentemente pubblicato in self-publishing su Amazon, segna il suo nuovo esordio per la Words Edizioni.

arianna colomba

Arianna Colomba

Arianna Colomba nasce nel 1984 a Livorno.

Nonostante gli studi umanistici, intraprende una carriera orientata verso la matematica, tenendo la scrittura come sogno nel cassetto.

Viaggiatrice incallita ed esperta sognatrice, nel 2019 pubblica il primo racconto su Wattpad, pubblicandolo l’anno seguente su Amazon. Inizia così la sua carriera di autrice che la vede affermarsi nel 2020 col long-seller di genere Dark Fantasy “L’Ultimo Dorcha”.

Amante del brivido e del sovrannaturale, nei suoi racconti ama mescolare vari fattori dei generi dark, creando storie dalle sfaccettature differenti e ricche di morale.

Tatjana Ciotta words edizioni

Tatjana Ciotta

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Tatjana scrive dall’età di 15 anni.

Dopo una breve parentesi self-publishing nel 2006 con il romanzo fantasy La voce, ritirato dopo pochi mesi, si cimenta nella stesura di copioni teatrali per l’infanzia (Il Grande Libro delle Fiabe, Il Giardino Segreto tratto dall’opera di F.H. Burnett e La leggenda del tesoro sommerso) in seguito anche interpretati e diretti.

Col romanzo di una vita Olio su tela, iniziato durante gli anni del liceo, riscritto negli anni e giunto alla sua versione quasi-definitiva nel febbraio 2020, rientra nei 90 selezionati del Premio Internazionale di Letteratura Città di Como – VII Edizione e si aggiudica il secondo posto alla Seconda Edizione del Premio Letterario Nazionale Città di Grosseto – Amori sui Generis.

jessica marchionne words edizioni

Jessica Marchionne

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Nasce a Sezze nel 1991.

È laureata in ‘Editoria e scrittura’ e ha continuato a frequentare corsi e tirocini anche dopo gli studi nella speranza di trasformare la sua passione in lavoro.

Legge da sempre qualsiasi genere anche se predilige il fantasy e lo storico.

Ha un blog ‘Luce sui libri’ dove recensisce libri di autori emergenti e dispensa ogni tanto qualche consiglio.

Ama i videogiochi, gli animali e pensa che l’autunno sia la stagione che meglio le si addice.

Le campane di San Pietroburgo edito da Words Edizioni è il suo romanzo d’esordio.

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Gaetano Cappello

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E’ nato ad Agrigento nel 1990.

Cresciuto in una famiglia poco incline alla lettura, vede nascere il proprio legame con le storie dell’orrore per puro caso: una copia di Mucchio D’Ossa rinvenuta dentro un mobile acquistato d’occasione dai genitori.

Un’epifania che lo porta a divorare ogni romanzo del genere capitato a tiro, da Stephen King a Lovecraft, passando per Shirley Jackson e Clive Barker, finché non decide di dedicarsi alla scrittura egli stesso.

Ha pubblicato in self publishing una raccolta di racconti intitolata Sette Dopo il Tramonto.

Simonetta Caminiti

Scrittrice e giornalista freelance. Vive tra la Capitale e la sua Calabria.

Al suo Gli arpeggi delle mammole (già pubblicato nel 2015) è ispirata una graphic novel; è co-autrice di Senti chi parla, volume presentato alla 74esima Mostra del cinema di Venezia.

Camin

Gianfranco Camin

Sposato, con due figlie, vive e lavora a Pordenone.

Avido lettore di libri gialli, appassionato di calcio e sport in genere (sempre dal divano, sia chiaro), ama molto i fumetti. In quest’arte per più di dieci anni si è cimentato come autore di storie brevi per la rivista Fame!

Conclusa tale esperienza e avendo ancora molte idee in testa si è approcciato di recente alla scrittura di romanzi di genere poliziesco.

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Martina Boselli

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Classe 1990, nasce a Napoli.
Laureata presso l’università Federico II in Filologia Moderna, attualmente insegna in una scuola di periferia.

Scrive praticamente da sempre e su qualunque cosa e in qualsiasi posto si trovi.

Ama il cibo cinese, i tramonti autunnali, il rumore delle onde del mare, andare al cinema, perdersi tra i vicoletti della sua città, cantare a squarciagola mentre è in auto, leggere fiabe la sera insieme a sua figlia, guardare serie televisive una dopo l’altra e chi pratica gentilezza e sorrisi a caso, perché non se ne vedono mai abbastanza.

Non va d’accordo con la matematica, con chi non mantiene le promesse, con chi non ha a cuore il cuore degli altri e con i parcheggi.

Un giorno spera di poter vivere a Parigi e se ciò proprio non dovesse accadere, mangiare senza ingrassare sarebbe un’ottima alternativa.

barucco giulia

Giulia Barucco

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Scegliendo di intraprendere gli studi umanistici, Giulia Barucco ha deluso il nonno che la voleva ostetrica.

Le ostetriche invece ringraziano.

Dopo la laurea in Scienze e Tecnologie di Arte e Spettacolo (Cattolica di Brescia) e la specialistica in Cinema, Tv e Produzione multimediale (I.U.L.M. di Milano), lavora per alcune produzioni Mediaset e Rai fino a quando, diventando moglie e mamma, inizia a lavorare come copy per alcune agenzie di comunicazione.

Non essendo sufficientemente molesta nei confronti di amici e parenti, a maggio 2019 inaugura il blog GrrrPower con alcune sue amiche e colleghe e obbliga tutti a leggere i suoi articoli.

Dal 2019 ha molti meno amici, ma tanta voglia di scrivere, leggere libri, incatenarsi al divano per guardare serie tv e molestare intellettualmente il prossimo.

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Laura Baldo

Laura Baldo è nata e vive a Trento. Ha la passione per la lettura, i viaggi, gli animali, l’opera lirica e, di recente, la scrittura. Alcuni suoi racconti sono stati pubblicati in antologie, su riviste e online.
Nel dicembre 2019 è uscito il primo romanzo Qualunque sia il tuo nome (HarperCollins), vincitore del concorso “e-Love Talent 2019”, seguito nel 2020 dal giallo breve La salvatrice di libri orfani (Alcheringa).
A febbraio 2021 è uscito il romanzo storico Il lato sbagliato del cielo (Arkadia), ambientato durante la Seconda guerra mondiale.
Attualmente collabora con la rivista culturale “Alibi Online”, scrive recensioni per il blog “A libro aperto” e inventa fiabe stravaganti per il sito “Piccoli grandi sognatori”.
Per la serie fantasy Il tredicesimo segno, che conterà quattro volumi, sta ultimando un prequel.

Elia Baldanzi

Nasce nel 1987 sotto il segno del Sagittario.
È un NERD atipico, in quanto gli piace dividere il suo tempo libero tra fumetti e videogiochi, serie TV e prosecco.

Appassionato di disegno sin dai primi anni di vita e sognatore di mondi fantastici, si diploma come grafico pubblicitario e, successivamente, consegue un secondo diploma in Enterteinment Design all’Accademia di Arti Digitali di Firenze. Da lì comincia ad appassionarsi alla lettura di romanzi fantasy e cerca di simulare i suoi idoli buttando giù storie e racconti immaginari. Il suo mondo prende vita tramite i suoi disegni e le sue parole.

Nel 2014 pubblica il suo primo libro illustrato “Lily e il potere del Drago” e continua a seguire la sua strada come freelance tra lavori di grafica e illustrazioni, senza mai perdere la stoffa da cameriere, che si porta dietro ormai da anni.

pitti

Pitti Duchamp

Nata 1981 sotto il segno del leone nella provincia di Firenze, sulle colline del Mugello, con il marito, due bimbi indisciplinati e un cane dall’identità confusa. Laureata in scienze politiche, Pitti rinuncia alla carriera accademica per darsi al marketing ed alla comunicazione. Lettrice accanita, dopo diverse collaborazioni riscopre la grande passione per la scrittura. Appassionata di Burlesque e collezionista di pezzi vintage di arredamento e moda cerca di coniugare i suoi interessi scrivendo e leggendo romance storici. Se avesse del tempo libero adorerebbe trascorrerlo tra i rigattieri e i robivecchi del centro di Firenze. Con ogni probabilità è nata nel secolo sbagliato e ci si adatta arrancando. Non segue le mode, alterna momenti di eleganza sartoriale a jeans e tute ma è aggiornatissima su ogni ultima tendenza. È amante della storia in particolare quella dell’Europa tra il 1500 ed il 1900, i quattrocento anni che hanno creato la modernità per come la conosciamo oggi in termini di arte, pensiero filosofico e scientifico, socialità. Apprezza nelle persone più di tutto la gentilezza, il garbo e la buona educazione, quel “non so che nel portamento” che fa di una donna una dama e di un uomo un signore.

lanna

Carlo Lanna

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Nato a Caserta trentasei anni fa, Carlo di professione è giornalista di spettacolo e collabora per IlGiornale.it. È laureato in Legge e in Scienze della Comunicazione. Divora film e serie tv di tutti i tipi fin dall’adolescenza, ama follemente le saghe urban-fantasy e i dark romance.

La scrittura è nel suo DNA, ma solamente cinque anni fa è tornato a picchiettare le dita sulla tastiera e a navigare con la fantasia dopo un lunghissimo periodo di silenzio.

Ha pubblicato svariati racconti brevi su diverse antologie. Ha esordito con “Scegli il nostro destino” (Gilgamesh Edizioni) nel luglio 2019. “Il colpo di fulmine non esiste” (2020) è il suo secondo romanzo, il primo della serie NY Lovers, pubblicata con Words Edizioni. Seguono Never Say Never e Anime Imperfette.

Rita Mariconda

Nata a Torino ma irpina di adozione si è dedicata alla scrittura quando la sua vita ha rallentato l’andatura.

Ha esordito con due romanzi storici ma ama scrivere anche polizieschi.

Il tratto dominante che emerge nei suoi lavori è l’ironia.

Sara
Maffei

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Sara Maffei è nata a Verona nel 1985 e sta vivendo molte vite in una. 

Dopo la laurea è stata guida turistica, insegnante d’inglese, redattrice ed editor, per poi approdare al mondo della finanza, nel quale lavora tutt’oggi. 

La passione per la scrittura, però, non è mai cambiata.

tomasiello

Susy Tomasiello

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Susy Tomasiello nasce a Napoli con una grande passione per la lettura. È per questo che ha deciso di aprire un blog sui libri “I miei magici mondi” dove condivide con chi come lei non sa stare un giorno senza leggere.

Ha un’altra passione che però coltiva da sempre ed è quella della scrittura.

I suoi libri sono tutti disponibili su Amazon: Puoi fidarti di me, edito Genesis Publishing; Puoi ancora fidarti di me, novella edita Genesis Publishing; Un marito per la mamma Self Publishing; Note d’amore Self Publishing; Quando tutto cambia edito Collana Starlight; Frammenti di noi edito More Stories; Voglio solo te Self Publishing.

Simona
La Corte

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Simona La Corte, classe ’88, vive nel palermitano insieme al marito e alle due figlie. Appassionata di libri, cinema e musica, si definisce una “creatrice di storie dal cuore romantico e dall’anima rock”. Ha esordito nel 2019 in self-publishing con Anima e Corpo, il primo volume della serie bestseller music romance Black Hearts’series. Nello stesso anno, ha iniziato la collaborazione con Dri Editore e con il blog letterario A libro aperto.

Avevo un sogno nel cassetto: mettere le ali alle mie storie. Un giorno ho aperto quel cassetto ed esse hanno spiccato il volo.

Amanda Fall

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Classe 1990, una laurea in Giurisprudenza (2015) e una in Economia Aziendale (2021), Amanda Fall ha una grande passione per la scrittura e i libri fantasy. Ha passato gli ultimi anni della sua vita tra Castellammare di Stabia, Napoli, Londra e Firenze, trascinandosi dietro bauli di libri e bagagli di idee per animare la punta della sua penna. Nell’autunno del 2020 ha partecipato al contest di #librisottolineati e New-Book Edizioni. La sua citazione appare nel libro “La storia d’amore più bella del mondo” di Gaetano Berardinelli e Antonio Roberto. Nel dicembre 2020 ha preso parte alla raccolta natalizia “Christmas Red” (Segreti in Giallo Edizioni) con un racconto dal titolo “Ricordi legati al cuore da un filo di brina e cristalli di ghiaccio”. Le streghe di Moonvalley, pubblicato il 19 luglio 2021 da Segreti in Giallo Edizioni è il suo romanzo d’esordio.

Arya Sophia Curter

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Arya, classe 1995, vive a Bologna dividendosi tra libri e numeri.

Ha unito la passione per i libri e la fotografia facendo post su Instagram e sul suo blog per consigliare i libri che legge accompagnandoli con opinabili pareri.

Ha trovato nella scrittura un luogo in cui rifugiarsi e, qualche volta, molto raramente, trovare risposta ai suoi deliri personali.

Rebecca Quasi

Rebecca Quasi è lo pseudonimo di una signora di mezza età che insegna da circa trent’anni alla scuola primaria.

Nel tempo libero le piace leggere, scrivere, andare a teatro e passeggiare.

juls way words edizioni

Juls
Way

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Classe 1994, vive a Bologna, dove frequenta la Scuola di Archivistica.

Urbinate di nascita e di adozione, si è laureata in lettere moderne e in storia dell’arte.

Cresciuta a libri, Guccini e Platone, è un’inguaribile romantica; ama il cinema, le serie tv – soprattutto i period drama – , il sarcasmo e andare in giro per mostre e musei.

Il suo sogno è di vivere a Parigi, in una mansarda arredata in stile anni venti, con vista sul Quartiere Latino.

Inventa storie da quando ne ha memoria, ma La seconda moglie è il suo primo romanzo.

ilaria volpini

Ilaria Volpini

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Classe 1994, nata e cresciuta a Roma, da poco trasferitasi sul lago di Bolsena poiché si è accidentalmente innamorata.

Dopo studi classici e avendo scoperto che il mestiere di strega non è richiesto, è stata travolta dall’indecisione, per poi finire a studiare Psicologia, giusto per imparare a gestire la matassa che ha in testa.

Da sempre innamorata della Storia e della Letteratura, si ritrova spesso a sognare di battaglie con spade e amor cortese.

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Laura Vegliamore

Laura è nata a Roma nel 1989. Dopo essersi diplomata in recitazione all’Accademia Internazionale di Teatro si è trasferita a Parigi dove ha vissuto per tre anni, lavorando come agente museale.

Appassionata di storia e luoghi antichi, lettrice devota fin dall’infanzia, ha sempre adorato scrivere e, una volta tornata in Italia, si è decisa a dedicarsi a questa passione anima e corpo.

Per Dri Editore ha pubblicato il romanzo storico Terraferma.

Per Words Edizioni esordisce con il romanzo di narrativa contemporanea Novembre.

krisha skies

Krisha Skies

Krisha Skies esordisce ancora liceale pubblicando il primo romanzo con il suo vero nome. Seguono altre tre pubblicazioni, quasi tutte di genere fantasy.

Dopo aver conosciuto la piattaforma online “Wattpad” e aver cominciato a pubblicare le sue storie proprio con lo pseudonimo di Krisha Skies – che omaggia la protagonista del primo romanzo fantasy scritto a quattordici anni e rimasto inedito –, nel marzo 2021, con lo stesso pseudonimo, pubblica per la casa editrice Horti di Giano “Dark Wings”, primo libro del Ciclo delle Ali Oscure.

Laureata in Lettere moderne, oltre che della scrittura, della lettura, del cinema e dei manga, è sempre stata un’amante dei viaggi.

Oggi si divide tra il lavoro, la famiglia e la passione per la narrativa fantastica.

Maria Erika Martino

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Laureata in Lingue e Culture Straniere all’Università di Napoli “L’Orientale”, vive in provincia di Caserta e lavora come insegnante allo scopo di corrompere giovani menti alla letteratura, al fantasy e alla lettura in generale.

Ama la scrittura, la lettura e il disegno da che ne ha memoria ed è profondamente convinta che creatività e immaginazione siano i più grandi poteri della mente umana.

Con Words Edizioni è al suo esordio da autrice fantasy con la trilogia “Siryon”, di prossima pubblicazione. Per la stessa casa editrice ha pubblicato il racconto “Sotto l’albero” (incluso nella raccolta natalizia “Let it be Christmas”, 2021) e un contributo sulla rivista “Libri&Parole Magazine” in occasione dei 130 anni dalla nascita di J.R.R. Tolkien

Anita sessa

Anita Sessa

Casse 1988, è di origini campane. Di professione giornalista, da qualche anno scrive per passione.

“Jordan+April” è il suo primo romanzo. Inizialmente autopubblicato su Amazon, ora pubblicato nella sua nuova versione targata “Butterfly Edizioni”.

La stessa casa editrice ne ha pubblicato anche il seguito “April”. Ha all’attivo anche: “You are my Superhero” e “Ricordati di me”, entrambi disponibili sulla piattaforma Amazon in versione ebook e cartacea; il romance ad ambientazione storica “La sposa inglese” e il romance contemporaneo “Parole”, entrambi pubblicati con una casa editrice veneta.

Da novembre 2019 è l’editore responsabile della casa editrice Words Edizioni.

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Paola Russo

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Vive felice in un piccolo paese della Bassa Friulana con un marito maschio alfa e un figlio che, per l’innata inclinazione alla menzogna e alla contrattazione, molto probabilmente da grande farà l’avvocato o il truffatore. È una donna dotata di pessima memoria (ciò nonostante non dimentica mai una promessa fatta), maldestra e distratta (eppure concreta e affidabile) e pigra (ma nel senso buono del termine).
Adora ascoltare la buona musica (o, per meglio dire, quella che lei ritiene essere buona musica), guardare serie televisive e i late show in lingua originale (preferibilmente sottotitolati), ascoltare podcast divulgativi che le amplino la mente (cosa di cui sente il bisogno) ed essere circondata dalla simmetria e dall’ordine (entrambe non più pervenute da quando è diventata una mamma). Detesta l’attività fisica in tutte le sue forme possibili (a esclusione del sesso), la matematica (a cui augura di morire) e le scartoffie burocratiche (qualcuno dovrebbe punire severamente chi le ha inventate).

Leitmotiv: trova la tua passione, coltivala e sarai più felice.

Simona Pugliese

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Classe 1987, una laurea magistrale in lingue e letterature moderne, Simona Pugliese è nata e vive a Catanzaro con la famiglia e tre distributori ambulanti di pelo e fusa.

“Ti lascio la mia vita” è il suo romanzo d’esordio.

Beatrice
P.

Beatrice inizia a scrivere per disperazione, durante un inverno trascorso in un paesino di montagna dove l’unico passatempo era quello di evitare il congelamento.

Alla fine di quell’anno di supplenza, Beatrice aveva imparato a mungere le mucche e a scrivere romanzi rosa.

Usa uno pseudonimo perché teme il giudizio dei suoi alunni, che non immaginano quanto spesso la loro professoressa di italiano usi parolacce fuori dall’aula, e dei suoi amici, che non immaginano di vivere delle vite che qualcuno ha pensato bene di romanzare.

Come quando fuori piove è il suo romanzo d’esordio.

Estelwen Oriel

Estelwen Oriel

Estelwen Oriel è nata a Milano il 24 novembre 1989. È cresciuta a Godiasco, un piccolo paese a ridosso dei colli dell’Oltrepò Pavese, luogo in ha dimorato fin dall’età di quattro anni.

La natura si è presto rivelata la sua principale musa e ancora oggi Estelwen trova in essa la linfa vitale, ispirazione e pace.

Ha immaginato nel tempo un mondo ricamato intorno al suo spirito, ai sogni dell’anima e alle più profonde meditazioni. In questo mondo, chiamato Tiristel, ha ambientato i suoi romanzi.

“Parlare della realtà senza parlare della realtà” è la prima legge che segue durante la creazione delle sue opere.

Nel 2018 esordisce con la silloge poetica “Il pianto dei salici” e nel 2019 pubblica la novella “L’immortale che ascoltava il vento”, opera di apertura della saga ambientata a Tiristel.

Laura Nottari

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Laura nasce nel 1981 a Roma, dove vive tutt’ora insieme ai suoi due cani e un compagno che la sfama. Appassionata di serie tv, film horror anni ’80 e buon cibo, adora passare il suo tempo a non fare niente eccetto sfornare libri e allevare alghe palla. Dopo anni di scrittura ‘nascosta’, Laura prende coraggio e pubblica in self il primo volume di Away, un time travel romance che porta dentro di sé gli influssi di anni di gioco di ruolo medievale e cultura nerd.
In seguito, l’autrice passa a sfumature più delicate, pubblicando due romance storici: Corrispondenza Imperfetta e Onorevole Proposta, entrambi ambientati nel 1800. Al terzetto si aggiunge infine A Star is Porn, edito dalla Hope Edizioni, libro che si distacca completamente dai predecessori per i suoi toni ‘hot’, comici e spigliati.
In veste di autrice adora il genere romance, ma ancor di più i cliché di cui è fatto. Le piace sfruttarli, capovolgerli, riempirli di un po’ di stranezza e perché no, quotidiana banalità.
Come lettrice, preferisce l’horror. Laura potete trovarla su Facebook, se avete voglia di foto di cani.

barbara morini words edizioni

Barbara Morini

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Barbara Morini è lo pseudonimo con cui una anonima impiegata della provincia di Treviso ha deciso di pubblicare il suo primo libro.

Nata nello stesso anno della mitica Route americana, è cresciuta a pane, libri e musica ascoltata tra radio e musicassette. Animata dal fuoco della passione per la lettura, ha passato l’adolescenza in compagnia dei classici.

Negli anni ’90 ha iniziato ad attraversare mondi sconosciuti con la letteratura fantasy e per ragazzi. All’inizio del nuovo millennio si è approcciata al mondo del romance, senza abbandonare gli altri generi.

Senza davvero crederci fino in fondo ha scritto e pubblicato la sua prima storia su Wattpad, che ha riscosso un successo incredibile e che si appresta a diventare ora il suo primo libro edito Words Edizioni.

E ora, giura solennemente che non smetterà più di scrivere.

margherita maria messina words edizioni

Margherita Maria Messina

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Semplicemente Meg. Classe 1989, è siciliana e nelle sue vene scorre il sangue della sua madre naturale, l’Etna.

Laureata in Storia dell’Arte, è specializzata in conservazione e restauro dei beni archivistici e librari. Cura e gestisce un blog letterario da due anni, Il Libro Sul Comò Di Meg, dove promuove autori emergenti e piccole case editrici. Ama la storia, soprattutto l’epoca medievale e l’Ottocento. I suoi primi amori ed eterni fidanzati sono stati Dracula, Heatcliff e Erik (Il Fantasma dell’Opera), ed è cresciuta con le opere liriche e il power metal.

Divora libri, unico cibo che sazia il suo animo, insieme con la pizza e il tiramisù; li scrive anche, e ci si perde dall’età di sette anni. Adora i gatti e vagare nei boschi, soprattutto con la Luna piena.

Di storie ne ha tante da raccontare, ma Beyond the Veil è il suo romanzo d’esordio.
Dal 2020 cura la grafica del magazine Libri & Parole per Words Edizioni e dal 2021 è webmaster del sito web Words Edizioni.

pitti

Pitti Duchamp

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